Dopo quasi otto secoli sotto il dominio britannico e 4 anni di conflitti successivi alla Dichiarazione d’Indipendenza proclamata dal Parlamento irlandese (Dail) il 21 gennaio 1919, l’Irlanda tornò ad affacciarsi alla grande Storia nel 1922.
Il nuovo Stato Libero d’Irlanda nacque però mutilato dall’Accordo anglo-irlandese del 6 dicembre 1921, che sancì la divisione dell’Isola in Irish Free State e Northern Ireland, quest’ultima ancora sotto sovranità britannica. La partizione, che ha poi caratterizzato la storia del Paese lungo l’intero arco della sua esistenza, diede luogo ad una guerra civile subito dopo la nascita della Repubblica, nel giugno del 1922. Tali disordini si conclusero solo nel maggio dell’anno successivo.
Il “Problema Nazionale Irlandese” ed il rapporto conflittuale, ma di dipendenza, con la Gran Bretagna hanno quindi marcato la storia dell’Irlanda nel corso del XX secolo. Il giovane Stato, infatti, è stato caratterizzato dalla volontà di riunificare l’isola, come dimostrato dalla prevalenza politica dei due partiti di ispirazione nazionalista (Fianna Fail e Fine Gail) alternatisi al potere dall’indipendenza ad oggi. Allo stesso tempo, tuttavia, rimane vivo il retaggio derivante dalla dominazione britannica che si riflette nelle istituzioni, nelle tradizioni e nel modo di vita irlandesi, ma che è accompagnato in modo abbastanza curioso dal tentativo di distinguersi culturalmente dal Regno Unito, per esempio con il ricorso al Gaelico quale lingua ufficiale insieme all’Inglese.
Nel periodo tra le due guerre mondiali l’Irlanda ha cercato di determinare la propria collocazione nello scacchiere internazionale e di rafforzare la costruzione nazionale, dando una risposta alle aspettative di una popolazione storicamente molto povera e tradizionalmente migrante.
L’Irlanda è rimasta fuori dal secondo conflitto mondiale e durante la guerra fredda ha assunto una posizione di deciso non allineamento. Il neutralismo irlandese, pur non essendo sancito costituzionalmente, è una componente della “Costituzione materiale” e del comune sentire della popolazione dell’Isola.
La vera svolta per l’Irlanda è avvenuto nel 1973 con l’ingresso nella Comunità Economica Europea. Il Paese, in quel momento il più povero dell’Europa occidentale ed ancora caratterizzato da un fenomeno migratorio di proporzioni considerevoli, ha visto nell’ultimo trentennio una trasformazione spettacolare, che lo vede affacciarsi al terzo millennio con un reddito pro capite del 25% superiore alla media europea. Le ragioni di tale indubbio successo, partito in sordina negli anni ‘70 e andato progressivamente aumentando dalla metà degli anni ‘80, risiedono in un sapiente (e fortunato) “policies mix” fondato su un uso assai oculato dei rilevanti fondi messi a disposizione dalla Comunità Europea, su una politica fiscale disegnata per incentivare la localizzazione delle imprese in Irlanda ed attrarre gli investimenti diretti esteri e sul superamento della barriera geografica dell’insularità. Questo è stato facilitato dall’avvento dei prodotti immateriali della new economy e dalla disponibilità di una popolazione di lingua inglese con un buon livello di educazione.
Il “Problema Nazionale Irlandese”, che aveva raggiunto un livello drammatico di tensione negli anni ‘70 ed ‘80 a causa dell’azione terroristica dell’IRA e sembrava essersi avviato ad una soluzione grazie alla firma degli “Accordi del Venerdì Santo” del 1998, si è riaperto nell’autunno del 2002 con il crollo delle istituzioni emerse dagli “Accordi del Venerdì Santo” e il conseguente ritorno dell’amministrazione diretta di Londra.
In seguito al summit svoltosi a Downing Street il 13 ottobre 2003, la prospettiva di una pace duratura in Irlanda del Nord, accompagnata da istituzioni politiche stabili, sembrava vicina, anche se il raggiungimento di un accordo definitivo tra gli Ulster Unionists e lo Sinn Fein ancora incerto, nonostante sia stata raggiunta un’intesa su numerosi aspetti.
L’accordo finale avrebbe potuto garantire la completa cessazione dell’attività paramilitare da parte dell’IRA, e l’accettazione, da parte degli unionisti moderati dell’UUP, della creazione di un nuovo esecutivo in cui il potere sia condiviso con lo Sinn Fein.Il 26 novembre 2003 si sono svolte le elezioni politiche per l’Assemblea del Nord. In campo repubblicano il Sinn Fein ha registrato un notevole successo con il 24% dei voti, seguito dall’SDLP che ha invece scontato una grave battuta d’arresto(17% confronto al 22% del 1998). Per il DUP invece la maggioranza relativa dei voti (26%) e infine il 23% per l’UUP. Il nuovo panorama politico ha rischiato di paralizzare il processo di pace , facendo saltare gli accordi di Belfast.
Dopo oltre un anno e mezzo di empasse, il Comunicato dell’ I.R.A. di rinuncia definitiva alla lotta armata alla fine del luglio 2005 ha riaperto le speranze per la completa restaurazione delle Istituzioni previste dall’Accordo del Venerdi Santo. L’annuncio successivo del Generale John de Chastelain, presidente della Commissione Indipendente per la Messa al Bando delle armi, del 26 settembre sull’avvenuto smantellamento dell’arsenale militare dell’IRA ha rafforzato le speranze di una pacifica soluzione del “problema nazionale” irlandese e di una ripresa del dialogo fra Repubblica d’Irlanda e Regno Unito.